
Questi fenomeni, seppur diversi per modalità e durata, condividono un comune denominatore: la diffusione, sistematica e non consensuale, di immagini intime accompagnate da commenti denigratori e sessisti. Una dinamica che non solo costituisce una grave lesione della sfera privata delle vittime, ma che chiama in causa la responsabilità penale degli autori, dei gestori delle piattaforme e, in alcuni casi, anche dei colossi del web che hanno tardato a intervenire.
Il gruppo “Mia Moglie”, nato su Facebook e rapidamente cresciuto fino a contare oltre 30.000 iscritti, si fondava su una pratica tanto semplice quanto devastante: la condivisione di fotografie intime di mogli/compagne, partner occasionali e talvolta figlie, anche minorenni, con lo scopo di raccogliere commenti e “like” da parte della community.
Nonostante numerose segnalazioni, il gruppo è rimasto online per settimane, fino alla definitiva chiusura da parte di Meta a seguito delle denunce di associazioni e attivisti.
Dal punto di vista legale, tale condotta integra in maniera evidente il reato di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite senza consenso (cd. Revenge Porn), trattamento illecito di dati personali, diffamazione aggravata e pornografia minorile, qualora fossero coinvolti soggetti di età inferiore ai 18 anni.
Ben più datato è il caso del sito Phica, un forum attivo dal 2005 che raccoglieva e diffondeva immagini di donne – spesso rubate dai profili social o manipolate digitalmente – corredate da commenti sessisti e volgari. Tra le vittime figurano non solo cittadine comuni, ma anche figure istituzionali di primo piano, tra cui la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ed esponenti dell’opposizione.
La chiusura del sito, avvenuta nel 2025 a seguito di un’ondata di denunce, ha aperto uno scenario complesso: infatti, i server risultavano collocati all’estero e la società che ne deteneva la titolarità aveva sede in Bulgaria, con evidenti ostacoli sul piano giurisdizionale e dell’assistenza giudiziaria internazionale.
Per quanto riguarda le responsabilità penali, le condotte degli amministratori e degli utenti possono integrare i reati già menzionati, oltre all’Istigazione a delinquere, laddove i contenuti incoraggiassero comportamenti violenti o degradanti.
Il caso del gruppo Facebook “Mia Moglie” e la chiusura del sito Phica non sono episodi isolati, ma segnali di un fenomeno più ampio: la crescente diffusione di condotte che mirano a controllare, umiliare e mercificare l’immagine femminile attraverso gli strumenti digitali.
Solo attraverso un approccio integrato – penale, civile, normativo e culturale – sarà possibile contrastare in maniera efficace le nuove frontiere della violenza online e riaffermare il principio fondamentale della dignità della persona anche nello spazio digitale.
Avvocato Enrico Costantini
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